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giovedì 17 gennaio 2013

Racconto: "Marianne educata dalla suocera severa" - secondo capitolo: la riverenza, ancora una punizione


Sono passati quasi due mesi da quando Marianne è stata frustata dalla suocera a causa del suo ritardo nel partecipare ad una riunione di parenti. 
Le diciannove vergate sulle natiche nude sono state dolorose ma quando Marianne ci ripensa non è  solo la sensazione del dolore e dell'umiliazione  che ritorna alla sua mente, ma un groviglio di sentimenti che lei stessa non riesce a spiegare.

E' notte. Marianne si sveglia, forse a causa del rumore prodotto da una carrozza di passaggio sulla strada. Il marito, reduce dall'ennesima riunione al Club dei cacciatori, russa, borbotta e grugnisce accanto a lei. Marianne si alza e silenziosamente si sposta verso il salottino accanto alla camera. La luna piena illumina le guglie di Notre Dame.
Cresciuta in un lussuoso collegio, Marianne non ha mai sentito attenzione nei suoi confronti. Solo la suocera si è preoccupata per lei, anche se la sua sollecitudine si è manifestata attraverso una punizione.

Marianne si avvicina a una poltroncina. Si sfila la camicia da notte e la lascia scivolare a terra. Lascia scivolare a terra anche le mutandine di pizzo. Si appoggia ai braccioli. Rivive le sensazioni di quel giorno.  L'attesa delle vergate sulle natiche tremanti. Paura e desiderio, tremore ed eccitazione. Risente il sibilo della bacchetta che colpisce senza pietà. Il suo respiro si fa affannoso. Il suo ventre si contrae. Si riveste. Indossa una morbide vestaglia. 

La colazione... il caffè, le brioches calde. Marianne ormai ha imparato a non far rumore, a maneggiare preziose tazzine e cucchiaini d'argento con disnvoltura. Fra un sorso di caffè e l'altro, ecco la voce della suocera:
- Marianne volevo dirti che siamo invitate per un the dalla marchesa mia cugina, Madame de Saint-Julien.
- Oh bene, ne ho sempre sentito parlare, ma non l'ho mai conosciuta.
- L'invito è per venerdi prossimo.
- D'accordo madame, sarò lieta se mi aiuterete a scegliere una mise adatta.
- Certamente, possiamo parlarne, ma prima vorrei affrontare un'altra questione, vieni nel mio studio fra  dieci minuti.
Marianne sente un brivido. Nello studio della contessa sua suocera si entra per ricevere un castigo... eppure il tono è sereno e rilassato. I momenti di ansia paiono eterni. Infine Marianne si decide a bussare alla porta di noce.
- Entra, entra pure.
Marianne si avvicina alla suocera esitando, con gli occhi bassi.
- Non ti preoccupare, non voglio rimproverarti, ma sarebbe opportuno risolvere un problema prima dell'incontro con la marchesa... si tratta della riverenza.
- La riverenza, madame?
- Si,  io ti presenterò alla marchesa, che non era presente al matrimonio poichè si trovava a Nizza; tu dovrai avvicinarti e inchinarti in modo perfetto, lei ti porgerà la mano e tu la sfiorereai con le labbra, poi  ascolterai i suoi convenevoli e, presumibilmente, ti inviterà a sedere al tavolo per sorbire il the con i pasticcini.
- Si madame.
- Ho notato che il tuo modo di inchinarti è un po'... come dire... poco disinvolto.
- Si madame, in collegio per molto tempo non avevamo incontrato l'insegnante di buone maniere... poi in un paio di lezioni tutti gli argomenti sono stati svolti, ma non ci siamo mai esercitate.
- Già, si vede; allora devo spiegarti alcune cose: in primo luogo è fondamentale il movimento dei piedi.
- Si madame.
- Quando stai per inchinarti il piede sinistro deve essere in posizione lievemente avanzata, mentre il piede destro, con la punta che sfiora il pavimento, deve compiere un lento movimento a semicerchio verso l'esterno e portarsi dietro il piede sinistro; contemporaneamente il ginocchio sinistro si piega e il busto si inclina leggermente in avanti: hai capito?
- Si, madame.
- Le mani sollevano lievemente la gonna e gli occhi sono rivolti in basso.
- Si madame.
- A questo punto la marchesa ti porgerà la mano, tu alzerai il viso, sorriderai e con la mano destra accompagnerai la mano della marchesa verso le tue labbra e la bacerai.
- Si madame.
- Avanti, proviamo.
Marianne si pone in posizione, e inizia la sequenza dei movimenti, ma la voce della suocera la ferma duramente.
- No, no, non così, sei rigida, devi muoverti in modo morbido, rilassato, con disinvoltura. Devi essere spontanea, come se danzassi!
-  Scusatemi madame, cercherò di fare come dite.
Dopo molti tentativi, finalmente il volto della contessa si rasserena.
- Bene così, brava, avanti ripetiamo ancora una volta.
Ormai Marianne ha pienamente compreso la successione dei movimenti ed esegue la riverenza in modo naturale.
- Brava, molto bene, piccola mia.
La contessa si avvicina e sfiora con una carezza il volto della giovane.
- Grazie madame - la voce di Marianne è spezzata - posso andare?
- Certo.
Marianne arretra verso la porta, sorride, china lievemente il capo e cammina con leggerezza verso il suo appartamento. E' forse la prima volta in vita sua che viene trattata con tenero affetto. 

Le due ore trascorse nel salottino della Marchesa de Saint-Julien non sono state noiose come Marianne temeva. La marchesa è stata gentile, spiritosa, affettuosa nei confronti di Marianne, ha sorriso di fronte ai suoi rossori e alle sue esitazioni.

In carrozza durante il ritorno a casa, Marianne si accorge, però, che la suocera non è soddisfatta. La sua espressione è seria, ogni tanto scuote leggermente il capo. Marianne decide di affrontare la situazione:
- Madame, non siete contenta, ho commesso qualche errore?
- Purtroppo la tua educazione ha ancora qualche lacuna, per quanto io stia facendo il possibile...
- Che cosa ho fatto di male?
Lacrime scorrono dagli occhi della giovane. Ha cercato di controllarsi in ogni momento, ha eseguito una perfetta riverenza, ha sorriso quando era opportuno, ha risposto gentilmente a ogni domanda...
- Non hai fatto niente di male ma... avrei voluto che ti controllassi un po' meglio di fronte alle deliziose madeleine che sono state servite insieme al the!
- Ma erano così buone!
- Certo, ma è parso che tu non mangiassi da una settimana! Credo di averti già spiegato che i privilegi di cui godiamo di fronte al resto della società devono essere motivati da comportamenti non comuni; un vero aristocratico non confesserà mai la fame, il freddo,  la paura: in ogni momento della sua esistenza deve mostrare la sua superiorità nei confronti del volgo!
- Avete ragione madame, ho sbagliato.
Un momento di pesante silenzio, poi la voce di Marianne si fa sentire, esile ed esitante:
- Chiedo di essere punita.
- Molto bene, ti attendo domani nel mio studio.
- Porterò la bacchetta?
La suocera riflette un attimo.
- No, non sarà necessaria.

Il giorno dopo Marianne ripercorre il ben noto corridoio, bussa alla porta dello studio. 
- Avanti, avanti.
- Sono venuta per ricevere la punizione, madame.
- Siediti, ormai sai qual è la procedura, vorrei solo ricordarti che una persona ben educata, posta di fronte a un vassoio di dolci, ne prende immediatamente uno, poi, se la padrona di casa insiste, un secondo; solo in casi eccezionali un terzo.
- Io... credo di essermi servita cinque o sei volte, credo di meritare due colpi per ogni madeleine in più, e poi altri tre per la mia insolenza... credo in tutto nove colpi.
- Brava, molto bene, la tua valutazione coincide con la mia.
Marianne si alza, si muove verso la poltrona alla quale appoggiarsi per offrire le natiche scoperte ai colpi di bacchetta... ma la voce della suocera la ferma:
- No, vieni qui, porgi le mani, ti sei comportata come una bambina e ti punirò come si fa nei collegi.
- Come volete voi, madame.
La contessa fruga in uno dei cassetti della scrivania, ne estrae un sottile righello. Marianne, tremando, distende le mani con i palmi in alto.
Uno schiocco secco, la mano destra trema, gli occhi di Marianne si riempiono di lacrime, ma le sue braccia rimangono tese in avanti. 
Un altro schiocco, la mano sinistra si contrae e riprende immediatamente la sua posizione. I respiri di Marianne si fanno sempre più lunghi e profondi mentre il righello colpisce le mani doloranti, arrossate. Anche dopo che i nove colpi sono stati inferti, le mani rimangono tese. Marianne attende di essere autorizzata dalla suocera ad abbassarle.
- Brava Marianne, mi complimento per il tuo coraggio, si vede che nelle tue vene scorre il sangue dei guerrieri tuoi antenati. 
La mano della contessa si tende verso di lei, forse vorrebbe accarezzare la nuora che però si avvicina lentamente, si inchina e bacia la mano.
- Grazie madame, la vostra stima mi onora.
Arretra elegantemente ed esce dallo studio.
La contessa la guarda meditabonda, poi mormora fra sé e sé: 
- Questa ragazza non ha più nulla da imparare, temo che presto avrà qualcosa da insegnarmi...








lunedì 26 novembre 2012

Sensuale poesia

Ti prego 
grida che mi ami 
gridalo al sole 
gridalo al vento 
gridalo ai quattro angoli 
del mondo 
ti supplico 
mormora che mi ami 
nel tepore dell'abbraccio 
nel riflesso della luna 
nella carezza delle tue labbra 
nel brivido che mi scuote 
nel respiro 
lento 
della 
notte.

mercoledì 18 luglio 2012

venerdì 24 febbraio 2012

giovedì 5 maggio 2011

mercoledì 4 maggio 2011

Pagina di diario: "Una sensuale sculacciata per Louise"


Ormai è un rito che subisco senza possibilità di ribellione. Ogni volta che mia madre. mia sorella, mia cugina o una qualunque mia amica incontrano Jean-Luc, l'uomo che ho sposato tre anni fa, mi bisbigliano al momento del congedo frasi come: 
- Quanto sei fortunata! Quanto ti invidio! Stai attenta. non lo perdere!
Si, certo, Jean-Luc è bello, simpatico, generoso, sportivo. Ha un impiego che fornisce buon reddito e prestigio, non fuma, non gioca, beve poco e sceglie sempre vini di eccellente qualità. E’ sempre informato sui fatti del mondo e sa esprimere giudizi acuti e spiritosi. E’ fedele e affettuoso, non dimentica mai un compleanno, un anniversario, un onomastico e sceglie regali sempre adeguati alla circostanza. E’ ossessionato dalla puntualità.
Stiamo andando in auto a casa di mia sorella, che ci ha invitati a cena. Chiedo a Jean-Luc di passare per la Madeleine. Jean-Luc si ferma nella piazza, mentre io, a piedi, vado verso una boutique del Boulevard des Capucines: so che per tutta la settimana sarò impegnata a tempo pieno, e non voglio lasciarmi scappare dei  leggeri, eleganti sandali che ho visto in vetrina. 


Passa sul marciapiede un mio collega, un tipo sfrontato e stravagante.
- Anche tu a far spese? – mi dice.
- Si anch'io - rispondo seccamente.
- Beata te, che hai ancora qualche cosa da spendere alla fine del mese, io ho il conto asciutto da una settimana, vado avanti solo grazie alla carta di credito.
Fra una battuta e l’altra mi offre un aperitivo, poi racconta con toni ironici la sua ultima avventura, commenta sarcasticamente gli ultimi insuccessi amorosi del capoufficio, imita spassosamente il tono sussiegoso della contabile.   Non posso evitare di rimanere ad ascoltarlo, affascinata dalla sua vivacità e dalla sua, almeno apparente, spensieratezza. Invece dei venti minuti previsti passa più di un'ora. Raggiungo Jean-Luc. Lo vedo seccato.
- Scusami - balbetto - ho incontrato Claude e mi ha raccontato un mucchio di cose senza senso.
- Sai che non mi piace arrivare in ritardo quando siamo invitati, e abbiamo ancora quasi un'ora di strada.
Pare che questa sia la sua unica preoccupazione.
Ovviamente Jean-Luc guida benissimo e conosce strade e stradine che consentono di evitare code e ingorghi.
La serata è mortalmente noiosa, come sempre.
Sulla strada del ritorno il motore ronza tranquillo, lentamente mi rilasso, mi addormento...

Eccoci a casa. Jean-Luc si siede, come è sua abitudine, sul divano di pelle, nel comodo angolo formato dallo schienale e dal bracciolo sinistro. Mi fissa.  Mi sento a disagio, per allontanare la tensione gli chiedo in modo scherzoso:
- Che c'è, mi sono cresciute le antenne?
Jean-Luc risponde seccamente.
- Dunque che cosa ti raccontava il tuo amico?
- Non è mio amico, e comunque diceva delle stupidaggini.
- Stupidaggini, ma evidentemente ti interessavano molto: il fascino di Claude ha colpito ancora?
Non so che cosa dire. Ha ragione. Ed è la prima volta da quando siamo sposati che si mostra geloso. Mi accorgo di ansimare lievemente. Mi trova su un terreno del tutto inesplorato. Cerco di rabbonirlo:
- Scusami, sono stata sciocca, ma quello è talmente appiccicoso, non sono riuscita a scrollarmelo di dosso.
- Non sei riuscita perchè non hai neanche provato.
- Come fai a saperlo?
- Quando tu vuoi qualche cosa la ottieni.
- Va bene, non ci ho provato, e allora che cosa devo fare, devo suicidami?
- Intanto smetti di fare la spiritosa.
Mi siedo accanto a lui; è rigido, il suo sguardo è severo. Mi si appoggio alla sua spalla; in quel momento la sua durezza mi attrae molto più dei soliti atteggiamenti ragionevoli e tolleranti. 

Mi lascio scivolare lentamente, appoggio il viso sul bracciolo dal divano, mi distendo a pancia in giù. Prima di parlare esito a lungo. Non ho mai osato tanto. Poi mormoro:

- E allora, se pensi che la cosa sia cosi grave, puniscimi.
- E' proprio quello che ho intenzione di fare.
Il mio stomaco è pieno di farfalle cha si agitano furiosamente. La voce di Jean-Luc è gelida come mai l'avevo sentita:
- Scopriti.
Mi sollevo un poco, tremando. La leggera gonna nera scivola facilmente verso le ginocchia, seguita dalle mutandine. La sensazione di fresco sulle natiche mi ricorda le sculacciate di mia madre, molto rare per fortuna.
Esce dalla stanza. Sono  colta da un dubbio: che sia andato a cercare il suo vecchio frustino da equitazione?

Il dubbio è risolto.
Jean-Luc ritorna, nella sua mano il frustino, che picchietta leggermente sul palmo della'altra mano.
- Non ti sembra di esagerare?
La voce di Jean-Luc mi gela:
- Questo lo decido io.
Sono paralizzata, non oso ribattere. E poi, sento nascere una sorta di oscuro desiderio, che si agita in fondo alla mia anima.
Un sibilo, un dolore lancinante. Di colpo le lacrime inondano il mio viso. Qualche secondo di tensione, poi il frustino sibila ancora. Per dodici volta sibila. Dodici colpi sulle mie natiche in fiamme, dodici sussulti fra le lacrime. Poi Jean-Luc accarezza il mio fondoschiena segnato dai lividi.
I nostri volti si avvicinano: un bacio, un bacio violento, appassionato, febbrile, delirante, In un attimo siamo nudi, allacciati. Il mio ventre lo accoglie urlando di piacere, come mai  era accaduto.

- Che c’è, non ti senti bene?
- Eh, come? Oh, mi ero addormentata.
Mi guardo intorno per orientarmi: siamo quasi a Neuilly.
La voce di Jean-Luc è quella di sempre serena e suadente:
- Scusa se ti ho svegliata, ma ti stavi agitando, gemevi.
- Si, si, stavo facendo un sogno: un sogno stranissimo, molto coinvolgente.
Con il suo solito tono sentenzioso Jean-Luc commenta:
- Sarà la panna che si agita nel tuo stomaco; tua sorella è un’ottima cuoca, ma con i lipidi ci va un po’ pesante.
- Si è vero; ti dispiace fermarti?
- Allora stai male.
- No, no, passo dietro, mi distendo un attimo, sono stanchissima.
- Hai ragione, tesoro, è stata una giornata davvero pesante.
Non sopporto di stare seduta accanto a lui, non sopporto la sua voce premurosa, il suo tono suadente.
Mi raggomitolo sul sedile posteriore. Lascio che le lacrime gonfino i miei occhi e colino silenziosamente sulle guance.